Giro dell’Italia in solitaria – dal 15 al 25 giugno 2015

(PRIMA PARTE)

Ci sono momenti in cui per un motivo o per l’altro o per più motivi non basta più tenersi occupati per zittire i pensieri ma fisicamente c’è una necessità di evadere così come è una necessità dormire. È il fisico che lo chiede. Almeno per me solitamente è così…poi ci sono quelli che preferiscono viaggiare oppure quelli a cui basta fare qualche notte folle per risolvere questo “problema” ma non è da me.
Nei precedenti post dissi che avrei parlato di questo giro e quindi eccomi qui.

Duemilacinquecento chilometri, 10 giorni, una bici e uno zainetto di 6 kg sulle spalle. Dopo i primi 50km già non lo sopportavo più.
Questo giro lo preparai in una settimana. Presi la mappa, una di quelle che un pò tutti ci ritroviamo in casa, l’aprii sulla mia regione inizialmente ma poi decisi di aprirla tutta e iniziai a scarabocchiarci sopra delle linee che coprivano 100km di distanza.
Pensavo “100 km, li faccio in 3 ore senza impegnarmi più di tanto” e tracciavo la linea. Ne ho tracciate diverse coprendo quasi tutte le regioni della penisola. Inizialmente pensai di fare circa 150-180 km al giorno, ma così ci avrei messo più di 20 giorni, sarebbero aumentate le spese e poi cosa avrei fatto nel resto della giornata? Sarei stato da solo, non dovevo dar conto a nessuno, potevo correre o andare piano. Decisi di fare ogni giorno mediamente 250 km. Nello zainetto una maglia, un pantaloncino, il portafogli, delle scarpe, il tablet, il caricatore, l’impermeabile (ne portai 3!), il kit di chiavi esagonali e cacciaviti, delle camere d’aria, la pompa e zuccheri, tanti zuccheri, la “crisi di fame” è sempre dietro l’angolo, miele, confezioni di marmellata, e il paninazzo del giorno!
Descrivere ora tutti i giorni, giorno per giorno, non è un grosso impegno per me ma può esserlo per chi decide di leggere queste righe che oltre a prendersi un po’ di tempo dovrà anche sorvolare sulla confusione tra i tempi verbali, cercherò di rivivere tutto e in particolar modo, cercherò di essere breve.

1° Giorno
Ceglie Messapica – Potenza
Giornata calda. Una regione fatta da un capo all’altro attraversando tutto l’Appennino Lucano. La terra lucana è un luogo forse un pò abbandonato a sé ma questo è anche il suo fascino. I ricordi legati a questo primo giorno, oltre i paesaggi e le strade segnate ancora dall’ultimo terremoto, sono il prezzo della benzina quando arrivai a Tricarico (1,98€/litro) e la mancanza di fame per via della stanchezza arrivato a destinazione. Dovevo mangiare però, forzai l’appetito. Presi mezzo polletto arrosto e due pezzi di focaccia appena arrivai all’alloggio situato a Pignola (a 6 km da Potenza). La focaccia la mangiai, del pollo invece riuscii a mangiare giusto un pò di petto e la coscia, il resto non volevo buttarlo, non si butta il cibo. Osservai il panino che avevo già preparato per il giorno dopo con la marmellata di albicocche, lo riaprii. Pulii tutte le ossa del pollo dalla carne e la misi in quel panino. Erano proteine, mi sarebbero comunque state utili.

2° Giorno
Potenza – Capua
Il primo pensiero in merito a questa giornata è “Monteforte Irpino! Porca p****na”. La stanchezza del giorno prima si faceva sentire ma dovevo stringere i denti, sarebbe passata. Da Pignola torno a Potenza, e da li ricominciai la salita. Appena la strada diventò più pianeggiante mi fermai, uscii il panino e feci colazione. Quel pollo arrosto con la marmellata di albicocche mi fece sentire uno chef. Mi promisi di rifarlo a casa per capire se fosse buono per via della fame che avevo o se lo fosse effettivamente.
Ricordo ancora il profilo altimetrico di quel giorno, così come di tutti gli altri, li memorizzai e quel giorno mi sarebbero toccati altri 4000 mt di dislivello, come il giorno prima. Iniziai a commettere errori, come l’inutile passaggio da Avigliano ma sul mio garibaldino avevo segnato dei punti di riferimento lungo la linea di seguire e quindi era quasi ovvio sbagliare, non sarebbero stati i primi errori. Perchè il primo pensiero in merito a questa giornata è quello espresso nella prima riga di questo paragrafo? Il motivo è legato al fatto che dopo una giornata a salire e scendere da tutti i monti che compongono l’Appennino meridionale, sinceramente non ne potevo più appena arrivai ad Avellino. Mi mancava un’altra salita, la ricordavo dal disegno altimetrico, ricordavo che la linea si impennava e per poi scendere e appiattirsi fino a destinazione ma non me la aspettavo così. Scalare Monteforte Irpino, dopo tutti quei chilometri, quelli del giorno prima e il caldo, è stata una vera sofferenza che però, una volta arrivato in cima, mi ha dato modo di dimenticarmi di tutto e di divertirmi davvero tanto. Una discesa dritta e lunga, strada libera e velocità, alta velocità. Arrivai in una zona che conoscevo, quella di Maddaloni, e l’aria campana, rispetto a quella lucana è più pesante e non credo affatto che sia solo una questione di altezza sul livello del male. Arrivato a Capua, lasciai tutto dove avrei dovuto passare la notte e mi infilai in una pizzeria. Ordinai una pizza con salsiccia e friarelli. Mangiai con fame ed era un buon segno. Rientrai e realizzai il primo video per aggiornare chi mi seguiva. Finalmente avevo la connessione e potevo anche leggere dei messaggi e commenti di incitamento.

3°Giorno
Capua-Roccagiovine
Lascio Capua, la terra che in epoca romana ospitava una nota scuola gladiatoria, la mattina al solito orario. Alle 7 dovevo già essere con le ruote sull’asfalto. Non riempio la borraccia perchè l’acqua del rubinetto aveva uno strano sapore. L’avrei fatto più tardi. Essendo tutto sommato un’orario in cui molti vanno a lavoro mi è stato facile sfruttare la scia di diversi mezzi. Le strade sono uno schifo proprio come quelle delle mie zone e questo mi ha fatto sentire per certi aspetti a casa. C’erano delle nuvole all’orizzonte e questo mi fece pensare al fatto che sarebbe stata la giornata in cui avrei incontrato il maltempo che scendeva verso sud mentre io gli andavo incontro, ero pronto. Passai il fiume Garigliano che segna il confine tra la Campania e il Lazio. Il primo paese che incontrai si chiamava “Santi Cosma e Damiano” e i pensieri furono due: “Chissà come si chiamano gli abitanti” e “Quello che dalle mie parti è un santuario, qui è un paese. Mah!”. Sentii odore di pioggia appena lo attraversai. Approfittai di una fermata ad una fontana per mettermi l’impermeabile e metterlo anche sullo zaino. La pioggia arrivò pochi minuti dopo. In lontananza vidi un anziano che si sbracciava e mi faceva segno di avvinarmi a lui. Mi invitò sotto la sua veranda proprio perchè pioveva, mi disse di aspettare insieme che smettesse di piovere ma io sapevo che ci sarebbe voluto tanto. Accettai un succo e dei biscotti. Si chiamava Ciro, aveva 86 anni, dissi che dovevo ripartire e come se non bastasse lo stupore dato dal fatto che gli avevo detto che venivo dalla provincia di Brindisi, lui guardò sulla strada l’acqua che veniva giù con gli occhi di chi non crede a cio che vede e mi propose di mettermi un pantalone, uno di quei pesanti jeans marroni da lavoro e un maglione. Educatamente rifiutai. Volle accompagnarmi ma rifiutai di salire anche in macchina. Dovevo fare tutto in bici. Allora trovammo un accordo  e decise di affiancarmi, con la macchina, fino ad Ausonia che era a 6-7km da li, per evitare che i camion ad ogni passaggio mi inondassero d’acqua. Fu un gran bel gesto. Così come quello che ricevetti proprio ad Ausonia. Un’anziana che, dalla finestra di casa sua, mi vide mentre facevo la salita che portava in paese, si affacciò facendomi gesto di fermarmi sotto la veranda di casa sua. Lì pensai che a quel punto dovesse essere un’usanza di quel posto, era una scena già vista. Appena arrivai si tolse di dosso uno di quei scialle di lana che hanno quasi tutte le donne anziane di una certa età. Non disse niente. Se lo tolse di dosso per metterlo su di me. Anche lei mi disse di aspettare che “spiovesse”, mi invitò ad entrare e anche qui mi andò bene perchè aveva appena sfornato dei biscotti. Parlammo. Non dimenticherò mai quegli occhi lucidi mentre le dicevo da dove venivo e il modo in cui stringeva forte la collanina del rosario mentre le dicevo dove dovevo andare, almeno per quel giorno. Non volevo spaventarla. Ripartii dopo che lei mi diede un amorevole e caldo abbraccio. Piovve tanto quel giorno. Feci 5 ore filate sotto la pioggia, poi la tregua quando arrivai a Cassino, dove trovai più di qualcuno che mi aspettava per saluti e foto, e poi riprese a piovere per altre 2-3 ore per tutta la scalata dell’Appennino laziale, dove in un paio di paesi c’era altra gente ad aspettarmi (con i pasticcini!!!!), fino a Roccagiovine. Arrivai in ipotermia. Non smettevo di tremare. Accesi il riscaldamento, mi lavai, sciacquai le mie cose e corsi a mangiare, non volevo fare tardi e volevo dormire. Scoprìì che a Roccagiovine c’era e c’è tutt’ora la Villa di Orazio, il poeta latino. È uno di quei paesi “sperduti”, molto belli, situato sui Monti Lucretili ed immerso in un parco naturale dove praticamente i cinghiali ti camminano di fianco. Spero di ritornarci.

(fine prima parte)

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